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La notte i cani randagi invadevano la città. Centinaia e centinaia di cani che approfittando dell'altrui paura si rovesciavano nelle strade deserte, nelle piazze vuote, nei vicoli disabitati, e da dove venissero non si capiva perché di giorno non si mostravano mai. Forse di giorno si nascondevano tra le macerie, dentro le cantine delle case distrutte, nelle fogne coi topi, forse non esistevano perché non erano cani bensì fantasmi di cani che si materializzavano col buio per imitare gli uomini da cui erano stati uccisi. Come gli uomini si dividevano in bande arse dall'odio, come gli uomini volevano esclusivamente sbranarsi, e il monotono rito si svolgeva sempre con lo stesso pretesto: la conquista d'un marciapiede reso prezioso dai rifiuti di cibo e dal marciume. Avanzavano lenti, in pattuglie guidate da un capopattuglia che era il cane più feroce e più grosso, e all'inizio non li notavi perché procedevano zitti. La strategia dei soldati che strisciano in guardingo silenzio per piombare sul nemico e scannarlo. Ma d'un tratto il capopattuglia lanciava un latrato, quasi lo squillo di una fanfara che annuncia l'attacco, al latrato seguiva un altro latrato, un altro ancora, poi l'abbaiare collettivo del gruppo che si disponeva in cerchio per chiudere il gruppo avversario, stringerlo in un assedio che impedisse la fuga, e scoppiava l'inferno. Rotolando nel marciume aggressori e aggrediti si azzannavano alla gola e alla schiena, si mordevano gli occhi e gli orecchi, si strappavano il ventre, e gli urli di furore assordavano più delle bombe. Non importa quale combattimento lacerasse la notte, quale scontro tra gli uomini, il frastuono dei cani che si ammazzavano per il possesso di un marciapiede superava gli schianti dei razzi, i tonfi dei mortai, i boati dell'artiglieria. E mai un istante di riposo, di tregua. Soltanto quando il cielo sbiadiva nel chiarore violetto dell'alba e le bande si dileguavano lasciando laghetti di sangue, carogne di compagni sconfitti, tornavi a udire i suoni della guerra fatta coi razzi e i mortai e l'artiglieria.

Oriana Fallaci

Cit. da Insciallah ‐ Incipit

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