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Valerio Massimo Manfredi
Valerio Massimo Manfredi
Frasi di Valerio Massimo Manfredi - pagina 4
Valerio Massimo Manfredi
Scrittore, storico e archeologo...
8 marzo 1943
Frasi in elenco
:
62
‐
Pagina:
4
di
7
Puoi trovare le
frasi di Valerio Massimo Manfredi
anche in questi temi:
Destino
Sognatori
Mondo
Povertà
Guerra
Aquile
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Un lampo illuminò a giorno la strada luccicante di pioggia e il volto tumefatto del maestro. Un tuono esplose in mezzo al cielo ma lui non si scosse. Strinse al petto la sua borsa e disse, scandendo le parole con enfasi: «Il suo nome era Dionisio, Dionisio di Siracusa. Ma il mondo intero lo chiamò... il tiranno!»
Dall'alto della collina Alessandro si volse a guardare la spiaggia, a contemplare uno spettacolo che si ripeteva quasi uguale a distanza di mille anni: centinaia di navi allineate sulla riva del mare, migliaia e migliaia di guerrieri, ma la città alle sue spalle, Ilio, erede dell'antica Troia, non si preparava ora a un assedio decennale, anzi gli apriva le porte per accoglierlo, lui discendente sia di Achille che di Priamo.
Vide i compagni che salivano a cavallo per raggiungerlo e spronò Bucefalo verso la rocca. Voleva entrare per primo e da solo nell'antichissimo santuario di Atena Iliaca. Affidò lo stallone a un servo e varcò la soglia del tempio.
Era un giovane sulla trentina, alto, robusto, dai lineamenti forti, facili da ricordare. Certamente un forestiero, non l'aveva visto mai da quelle parti. Camminava da un po' lungo l'argine del fiume, su e giù, fermandosi ogni tanto a guardare la corrente. Per un paio di volte s'era avvicinato al cancello del laboratorio come se volesse entrare; poi s'era allontanato.
Quando venne l'ora di chiudere, il marmista ripose i suoi attrezzi e si avviò all'uscita.
Se lo trovò davanti, improvvisamente.
Di pelle scura, occhi grandi e fondi, i raggi obliqui del sole gli scolpivano la faccia e le braccia nude, duramente:
«Sei tu il padrone qui?» gli chiese.
«Si, perché?»
«Dovresti farmi un lavoro.»
«Lo vedi, sto per chiudere. Sei qui da un pezzo, non potevi deciderti prima?»
Il giovane non rispose.
«E non puoi tornare domani?»
«No, domani devo partire... per un viaggio. Starò via molto tempo.»
«Se è così...» Il marmista tornò indietro e riaprì la porta del laboratorio.
La Storia. La Storia è il giudice. Essa ricorda chi ha fatto il bene degli esseri umani e condanna chi li ha oppressi, chi li ha fatti soffrire senza motivo. (Filisto)
Io sono siciliano... un greco di Sicilia, come voi, come tutti gli altri, razza di bastardi figli di Greci e di donne barbare. "Mezzi barbari" ci chiamano nella cosiddetta madrepatria. (Dionisio)
Ospedale San Gaetano, Imola, 11 febbraio 2004, ore 6
L'uomo percorse l'atrio dell'ospedale e si presentò all'accettazione. Indossava un giaccone di pelle nera e con tasche sul petto e spalline, jeans e anfibi lucidissimi, maglioncino di lana grigia e Ray-Ban scuri sul naso, benché fosse una giornata nebbiosa.
Sulla manica destra aveva cucito uno scudetto di pelle nera con la croce bianca a otto punte degli Ospitalieri, e due lettere: FC,
L'impiegato lo accolse perplesso: «Mi dica».
«Non ho niente da dire» rispose l'uomo con il giaccone di pelle nera.
«Prego?» domandò il giovane.
«Devo vedere padre Marco Giraldi. So che è ricoverato in questo ospedale.» Aveva una voce rauca e profonda come i grandi fumatori, ma denti bianchi e mani curate.
Le donne pensano in modo diverso. Voi uomini pensate solo alla vendetta, all'onore, a mostrare il vostro valore di guerrieri, ma questo non fa che perpetuare gli odi, rinvigorire i rancori. Voi inseguite la gloria, noi piangiamo i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri padri e mariti. (Arete)
I raggi del sole nascente bagnarono le vette del Tauro, i picchi innevati si tinsero di rosa, scintillarono come gemme sulla valle ancora nell'ombra. Poi il manto lucente cominciò a distendersi lentamente sui gioghi e sui fianchi della grande catena montuosa risvegliando dai boschi la vita addormentata.
Le stelle impallidirono.
Il falco si librò per primo in alto a salutare il sole, e le sue strida acute echeggiarono sulle pareti rupestri e sulle forre, sugli aspri dirupi fra cui scorreva spumeggiante il Korsotes, gonfiato dallo sciogliersi delle nevi.
Shapur I di Persia, il re dei re, dei Persiani e dei non Persiani, il signore dei quattro angoli del mondo, riscosso da quel grido alzò lo sguardo a scrutare l'ampio volo del signore delle altezze, poi si avvicinò al purosangue arabo splendidamente bardato che gli portava lo scudiero. Un servo si inginocchiò perché lui potesse appoggiare il piede sulla sua gamba flessa e balzare in sella. Altri due servi gli porsero l'arco e la scimitarra dal fodero d'oro e un alfiere gli porse al fianco impugnando lo stendardo reale: un lungo vessillo di seta rossa con l'immagine in oro di Ahura Mazda.
Avanzava nella steppa numidica una carovana scortata da venti soldati a cavallo in tenuta leggera e altrettanti legionari che avevano da almeno due settimane ottenuto il permesso dal centurione Rufio Fabro di togliere l'armatura e metterla nel carro. Le loriche d'acciaio si arroventavano sotto il sole ed era impossibile sopportarne il peso e l'armatura.
In lontananza il centurione di prima linea Furio Voreno poteva vedere la mole immane di un elefante, un gruppo di zebre, antilopi dalle corna lunghe e, da parte, un gruppo di leoni fulvi guidati da un maschio dalla folta criniera. Dietro al centurione camminava il pittore di paesaggi, che si preparava a ritrarre il territorio selvaggio della Numidia.
La carovana era composta di una decina di carri che trasportavano animali selvaggi destinati alle venationes nell'arena di Roma: leoni, leopardi, scimmie e un gigantesco bufalo nero che già aveva squassato i pali della sua gabbia sul carro mandandola in pezzi. Ogni volta che sbuffava sollevava una nube di polvere e di paglia frantumata. Sembrava un essere mitologico come il toro di Creta.
Gerusalemme, anno decimottavo
del regno di Nabucodonosor,
il nove del quarto mese.
Undecimo del re di Giuda, Sedecia.
Il profeta volse lo sguardo verso la valle gremita di fuochi e poi verso il cielo deserto e sospirò. Le trincee cingevano i fianchi di Sion, gli arieti e le macchine ossidionali minacciavano i suoi bastioni. Nelle case desolate i bambini piangevano chiedendo pane e non v'era chi lo spezzasse per loro; i vecchi si trascinavano per le strade sfiniti dal digiuno e venivano meno nelle piazze della città.
«È finita» disse rivolto al compagno che lo seguiva dappresso. «È finita, Baruc. Se il re non mi da ascolto non ci sarà salvezza per la sua casa né per la casa del Signore. Gli parlerò un'ultima volta ma non ho molte speranze.»
Riprese il cammino attraverso le strade vuote e si fermò dopo un poco per lasciar passare un gruppo di persone che trasportavano, senza pianto, un feretro con passo frettoloso. Solo la salma si distingueva nel buio per il colore chiaro del sudario che l'avvolgeva. Li guardò per un poco scendere quasi trotterellando per la strada verso il cimitero che il re aveva fatto aprire a ridosso delle mura e che da tempo non era più sufficiente a contenere i cadaveri che la guerra, la fame e la carestia vi riversavano ogni giorno in grande numero. «Perché il Signore sorregge Nabucodonosor di Babilonia e gli consente di imporre un giogo di ferro a tutte le nazioni?» chiese Baruc mentre il profeta riprendeva il cammino. «Perché si allea con lui che è già il più forte?»
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