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Benazir Bhutto
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Frasi di Benazir Bhutto - pagina 3
Benazir Bhutto
Politica pakistana
21 giugno 1953 - 27 dicembre 2007
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Io credevo nella giustizia. Credevo nelle leggi e nei codici dell'etica, nelle testimonianze giurate e nel processo giudiziario. Ma di tutto questo non c'era traccia nella tragica farsa del processo contro mio padre.
Il paese unito che Mohammed Ali Jinnah aveva fondato nel 1947 dopo la spartizione dell'India era morto con la nascita del Bangladesh.
Le elezioni indette dal generale Zia sono una farsa. Il regime militare che dal 1977 domina spietatamente il Pakistan cerca di salvare la faccia e di autoconferirsi una patente democratica. Al tempo stesso con la sua famigerata brutalità, Zia ha eliminato ogni possibile oppositore. I dirigenti dei partiti democratici hanno subito ogni sorta di intimidazione, persecuzione, ci sono stati settemila arresti, alcuni prigionieri sono stati torturati, ci sono state negli ultimi mesi sette esecuzioni. Noi del Partito Popolare del Pakistan sfidiamo Zia ad indire elezioni veramente libere, con questa nuova orribile farsa del generale, non vogliamo avere nulla a che fare. La nostra raccomandazione al popolo del Pakistan è di tenersi lontano dalle urne che esprimeranno cosiddetti parlamentari ma in realtà soltanto dei burattini del regime.
Per il Pakistan è arrivato il momento della verità. Le decisioni prese oggi determineranno se in Pakistan estremismo e terrorismo possano essere contenuti, al fine di salvare il paese da un tracollo interno. In gioco c'è la stabilità non solo del Pakistan, ma del mondo civilizzato. In tutte le elezioni democratiche tenute nel mio paese i partiti estremisti religiosi non hanno mai raccolto più dell'11% dei voti. Ma sotto la dittatura ‐ in particolare sotto il dittatore militare generale Muhammad Zia-ul-Haq negli anni 80, ma purtroppo anche sotto il generale Pervez Musharraf ‐ l'estremismo religioso ha preso piede. L'estremismo è emerso a minacciare la mia nazione ed il mondo. Questi estremisti sono un vivaio del terrorismo internazionale. Ma non deve per forza essere così. Le cose devono cambiare.
Cogito, ergo sum.... Penso, dunque sono. A Oxford ho sempre avuto difficoltà con questa premessa filosofica, e ora ne ho molte di più. Penso anche quando non vorrei, ma via via ce i giorni passano, non sono affatto sicura di esistere. Per esistere davvero una persona deve fare qualcosa, deve agire e causare una reazione. Ho la sensazione che non vi sia nulla su cui possa lasciare la mia impronta.
L'impronta che mio padre ha lasciato in me, tuttavia, mi aiuta a continuare. Tenacia, onore, principi: nelle storie che mio padre ci raccontava da bambini, i Bhutto vincevano sempre le battaglie morali.
[Sull'amministrazione di Zulfiqar Ali Bhutto]
La sua amministrazione aveva stampato la prima edizione del Corano priva di errori, aveva abolito il numero chiuso che i governi precedenti avevano imposto per il pellegrinaggio dei pakistani alla Mecca e aveva reso obbligatoria l'istruzione religiosa (Islamiyat) nelle scuole primarie e secondarie. Erano stati istituti programmi televisivi per insegnare l'arabo, la lingua del Corano, ed era stata creata una commissione per lo studio delle fasi della Luna allo scopo di porre fine alla confusione circa l'inizio e la conclusione del digiuno del ramadan. Il governo di mio padre aveva addirittura insistito perché il Pakistan cambiasse il nome e il simbolo della Croce Rossa nella Mezzaluna Rossa per celebrarne i legami con l'Islam anziché con il cristianesimo.
Alcuni esperti di politica occidentali e molti militari pakistani sostenevano che la democrazia era impossibile per una popolazione così divergente e disgregata, in un paese con una percentuale di analfabeti altissima e un reddito annuo pro capite molto basso. Nel Pakistan c'era un gran numero di persone che non potevano neppure parlarsi perché ogni regione aveva la sua lingua e le sue tradizioni. Una popolazione come quella, si diceva, poteva essere tenuta in riga soltanto da un regime militare. Ma mio padre aveva dimostrato l'infondatezza di questa teoria istituendo con successo un governo democratico, grazie al quale era il voto popolare e non la forza delle armi a decidere chi doveva comandare nel paese.
Voglio guidare un Pakistan democratico, libero dal giogo della dittatura militare. Un Paese che non sia più un rifugio, un terreno di coltura per il terrorismo internazionale. Un Pakistan democratico, che contribuisca a stabilizzare l'Afghanistan, mitigando la pressione sulle truppe Nato. Un Pakistan democratico che dia la caccia ai signori della droga e che ne smantelli il cartello che oggi finanzia il terrorismo. Un Pakistan in cui il principio di legalità impedisca a chiunque di costituire, reclutare e addestrare un esercito o una milizia privati.
Il programma nucleare pachistano è destinato a fini di pace. Invece l'India starebbe per effettuare dei test atomici, mentre l'ex premier di New Delhi ha dichiarato che non si sente di escludere l'azione nucleare.
[Dopo l'attentato del 18 ottobre 2007]
Come possiamo fare campagna elettorale presso la cittadinanza sotto la minaccia costante e concreta di essere assassinati? Con l'eventualità di un massacro di innocenti? L'attentato nei miei confronti non è giunto inaspettato. Da informazioni attendibili ero stata avvisata di essere presa di mira da elementi che vogliono ostacolare il processo democratico.
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