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Phil Knight
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Frasi di Phil Knight - pagina 2
Phil Knight
Imprenditore statunitense, fondatore...
24 febbraio 1938
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Dalla crisi delle fabbriche sfruttatrici è nato anche il Girl Effect, un enorme sforzo della Nike per spezzare i cicli generazionali della povertà negli angoli più miseri del mondo. Insieme alle Nazioni Unite e ad altri partner aziendali e governativi, il Girl Effect stanzia decine di milioni di dollari per una brillante e dura campagna globale tesa a istruire, supportare e dare una vita migliore alle ragazze. Economisti e sociologi, per non parlare del nostro stesso cuore, ci dicono che in molte società le ragazze sono le più vulnerabili dal punto di vista economico, oltre che da quello vitale e demografico. Aiutare loro significa quindi aiutare tutti. Che si tratti di porre fine ai matrimoni delle bambine in Etiopia, o di costruire luoghi sicuri per le ragazzine in Nigeria, o di lanciare un periodico e uno spettacolo radiofonico che comunichino messaggi forti e ispiratori alle giovani ruandesi, Girl Effect sta cambiando milioni di vite, e le mie giornate migliori sono quelle in cui ricevo gli splendidi rapporti da quel fronte.
Che ci piaccia o meno, la vita è un gioco. Chi nega questa verità, chi si rifiuta di giocare, rimane a bordo campo, e non era quello che volevo. Più di tutto, era proprio quello che non volevo.
Volevo quello che tutti vogliono. Essere me stesso, a tempo pieno.
Brown riuscì a ideare una campagna e uno slogan che catturavano alla perfezione la filosofia della Nike. La sua pubblicità mostrava un corridore lungo una strada di campagna solitaria, circondato da alti pini Douglas. In Oregon, certo. Il testo diceva: «Battere gli avversari è abbastanza facile. Battere se stessi è un impegno senza fine». Tutti in azienda giudicarono l'annuncio innovativo e audace. Non si concentrava sul prodotto, ma sullo spirito alla base del prodotto, qualcosa che negli anni Settanta non si era mai visto. Le persone si complimentavano con me per quell'annuncio, come se avessimo realizzato qualcosa di rivoluzionario. Io mi stringevo nelle spalle. Non per modestia. Era solo che ancora non credevo nel potere della pubblicità. Per nulla. O un prodotto parla da sé, pensavo, oppure niente. Alla fine, è solo la qualità che conta. Non riuscivo a immaginare una campagna pubblicitaria in grado di dimostrarmi che avevo torto, o di farmi cambiare idea.
Oggi le fabbriche che realizzano i nostri prodotti sono fra le migliori al mondo. Un funzionario delle Nazioni Unite di recente ha affermato che la Nike è il modello in base al quale valutano tutte le fabbriche di abbigliamento sportivo.
M'interrogavo sul mio improvviso successo come venditore. Ero stato incapace di vendere enciclopedie e per giunta avevo disprezzato quel lavoro. Ero stato un po' più bravo a vendere fondi comuni d'investimento, ma mi ero sentito morto dentro. Perché vendere scarpe era tanto diverso? Perché, mi resi conto, non era vendere. Io credevo nella corsa. Ero convinto che se tutti fossero usciti a correre un po' ogni giorno, il mondo sarebbe stato un posto migliore, e credevo che quelle scarpe fossero le migliori per correrci. La gente, sentendo la mia convinzione, ne voleva un po' per sé. La convinzione, decisi. La convinzione è irresistibile.
In campo pubblicitario il nostro approccio era primitivo e fatto alla meno peggio. Aggiustavamo il tiro procedendo, imparando sul campo, e si vedeva. In un annuncio – mi pare per la Tiger Marathon a suola piatta – definivamo il nuovo tessuto «swooshfiber». Ancora oggi nessuno ricorda chi coniò quella parola, né il suo significato. Ma suonava bene.
Ero conquistato da tutti i grandi generali, da Alessandro Magno a George Patton. Odiavo la guerra, ma amavo lo spirito guerriero. Odiavo la spada, ma amavo i samurai. E di tutti i grandi combattenti della storia, trovavo MacArthur il più affascinante. Quei Ray-Ban, quella pipa di pannocchia... la sicurezza di sé non gli mancava di certo. Tattico brillante, maestro nel motivare, aveva diretto anche il Comitato olimpico statunitense. Come potevo non amarlo? Di difetti ne aveva tanti, ovvio. Ma lo sapeva. Sarai ricordato, disse profeticamente, per le regole che avrai infranto.
Mi rivedo come fosse ieri a presiedere il tavolo della riunione, a urlare e farmi urlare dietro, e a ridere fino a non avere più voce. I problemi che avevamo di fronte erano seri, complessi, apparentemente insormontabili, e ingigantiti ulteriormente dal fatto che eravamo divisi gli uni dagli altri da 5000 chilometri in un'epoca in cui le comunicazioni non erano né facili né istantanee. Eppure continuavamo a ridere. A volte, dopo una sghignazzata veramente catartica, mi guardavo intorno e mi sentivo sopraffare dall'emozione. Cameratismo, lealtà, gratitudine. Persino amore. Sicuramente amore. Ma ricordo anche lo choc nel vedere quali uomini avevo messo insieme. Erano quelli i padri fondatori di un'azienda multimilionaria che vendeva scarpe da atletica? Un paralitico, due ciccioni e uno che fumava come un turco?
Ogni costruzione può essere un tempio, se lo è per te.
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