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Phil Knight
Phil Knight
Frasi di Phil Knight - pagina 4
Phil Knight
Imprenditore statunitense, fondatore...
24 febbraio 1938
Frasi in elenco
:
75
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Pagina:
4
di
8
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Denaro
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Scarpe
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A parte lo swoosh, avevamo una scritta in minuscolo, nike, che non era l'ideale: in troppi la leggevano come like, oppure mike. Era troppo tardi per cambiare il nome dell'azienda, per cui rendere i caratteri più leggibili sembrava una buona idea. Denny Strickland, direttore creativo della nostra agenzia di pubblicità, aveva disegnato una scritta NIKE tutta in stampatello maiuscolo, collocandola all'interno dello swoosh.
Ero al secondo anno, esausto per il gran daffare. Lezione tutta la mattina, allenamento tutto il pomeriggio, studio tutta la notte. Un giorno, sentendomi l'influenza, passai da Bowerman per dirgli che non ce l'avrei fatta ad allenarmi. «Uh uh» fece. «Chi è l'allenatore di questa squadra?» «Lei.» «Be', come allenatore di questa squadra ti dico di portare via il culo da qui. E, a proposito, avremo una prova a cronometro, oggi.» Ero prossimo alle lacrime. Ma tenni duro, incanalai tutte le mie emozioni nella corsa e feci uno dei miei tempi migliori di quell'anno. Lasciando la pista guardai in cagnesco Bowerman. Contento adesso, figlio di ...? Lui mi fissò, controllò il cronometro, mi fissò di nuovo e annuì. Mi aveva messo alla prova. Mi aveva fatto a pezzi e ricomposto, proprio come un paio di scarpe. E io avevo retto. Da allora fui veramente uno dei suoi Uomini dell'Oregon. Da quel giorno in poi, fui una tigre.
Più o meno a metà strada uscii dalla trance e cominciai a pensare a Penny e ai ragazzi. I Buttface erano come una famiglia, ma ogni minuto che passavo con loro era sottratto all'altra famiglia, quella vera, la mia. Il senso di colpa era palpabile. Spesso entravo in casa e Matthew e Travis mi venivano incontro sulla porta. «Dove sei stato?» mi chiedevano. «Papà era con i suoi amici» rispondevo io, prendendoli in braccio. Loro mi squadravano, un po' incerti. «Ma la mamma ha detto che eri al lavoro.» Fu più o meno in quel periodo, mentre la Nike presentava al pubblico le sue prime scarpe per bambini, le Wally Waffle e le Robbie Road Racer, che Matthew dichiarò che non avrebbe mai portato un paio di Nike in vita sua. Era il suo modo di esprimere rabbia per le mie assenze, insieme ad altre frustrazioni. Penny cercò di fargli comprendere che papà non era assente per un capriccio. Papà stava cercando di costruire qualcosa. Papà stava cercando di garantire a lui e a Travis la possibilità di andare un giorno all'università. Non mi presi la briga di dare spiegazioni. Mi dissi che non importava ciò che dicevo. Matthew non mi capiva mai, e Travis mi capiva sempre: sembravano nati con questi due atteggiamenti già dentro di loro, invariabili. Matthew sembrava covare una sorta di risentimento innato nei miei confronti, mentre Travis pareva affezionato a me in maniera congenita. Che differenza poteva fare qualche parola in più? Che differenza poteva fare qualche ora in più? Il mio modo di essere padre, il mio modo di essere manager. Me lo chiedevo in continuazione: va bene, o è appena sufficiente? Ogni volta mi ripromettevo di cambiare. Ogni volta mi dicevo: passerò più tempo con i miei figli. Ogni volta mantenevo la promessa... per un po'. Poi ricadevo nella consueta routine, l'unica che conoscevo. Ignorarli no. Ma nemmeno stargli addosso. Probabilmente era l'unico problema che non potevo risolvere grazie a un brainstorming con i Buttface. Rispetto a far arrivare le intersuole dal punto A al punto B, era ben più intricato capire come regolarmi con il Figlio A e il Figlio B, e come renderli felici intanto che tenevo a galla la Nike, il Figlio C.
Aveva cercato di convincere la Adidas e anche loro si erano mostrati scettici. Abracadabra. Non avevo bisogno di sentire altro. Chiesi se potevo infilare le suole ad aria nelle mie scarpe da corsa e fare una prova. «Non hanno uno stabilizzatore» disse lui. «Non sono fissate, si muoveranno.» «Non ha importanza» dissi. Infilai le suole nelle scarpe, me le rimisi ai piedi, allacciai le stringhe. Non male, dissi, rimbalzando su e giù. Mi feci una corsa di una decina di chilometri. In effetti erano instabili. Ma erano anche un gran bel correre. Tornai subito in ufficio. Ancora coperto di sudore, andai dritto da Strasser e gli dissi: «Potremmo aver trovato qualcosa di interessante».
Mi alzai prima degli altri, prima degli uccelli, prima del sole. Bevvi una tazza di caffè, trangugiai un pezzo di pane tostato, indossai calzoncini e maglietta e mi allacciai le scarpe da corsa verdi. Poi uscii di soppiatto dalla porta sul retro. Stiracchiai le gambe, i tendini posteriori delle ginocchia, i muscoli lombari e mugolai, muovendo a fatica i primi passi lungo la strada immersa nel freddo e nella nebbia. Perché è sempre così difficile mettersi in moto?
La gente presume che la competizione sia sempre una buona cosa, che tiri fuori sempre il meglio dalle persone, ma ciò è vero soltanto per chi riesce a dimenticarla. L'arte di competere, ho imparato correndo, era l'arte di dimenticare
Come i libri, lo sport dà alla gente il senso di aver vissuto altre vite, di aver preso parte alle vittorie di altri. E alle loro sconfitte. Quando lo sport mostra il suo volto migliore, lo spirito del tifoso si fonde con quello dell'atleta e in quella convergenza, in quel transfert, c'è l'unione di cui parlano i mistici.
«Nessuna idea brillante è mai nata in una sala riunioni» garantì Stahr al Danese. «Ma in compenso ci sono morte un sacco di idee cretine.» FRANCIS SCOTT FITZGERALD, L'amore dell'ultimo milionario
Gli esseri umani portano scarpe fin dall'era glaciale, dissi, e la loro forma non è cambiata più di tanto in quarantamila anni. Non c'è stato un reale progresso dalla fine dell'Ottocento, quando i calzolai hanno iniziato a dare alla scarpa sinistra una forma diversa da quella destra, e le fabbriche di gomma hanno cominciato a produrre suole. Non mi sembrava molto probabile che, arrivati a questo punto della storia, si potesse inventare qualcosa di così nuovo, di così rivoluzionario. «Scarpe ad aria» mi suonava un po' come «zaino a reazione» o «marciapiede mobile». Roba da fumetti di fantascienza.
Fiducia in se stessi. Ecco che cosa serve a un uomo, più del capitale, più della liquidità.
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