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Phil Knight
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Frasi di Phil Knight - pagina 3
Phil Knight
Imprenditore statunitense, fondatore...
24 febbraio 1938
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Penso alle innumerevoli sedi Nike intorno al mondo. Tutti, indipendentemente dalla nazione, hanno il numero di telefono che finisce con 6453, gli stessi tasti con cui si scrive Nike con il T9. Ma, per pura coincidenza, letto da destra a sinistra è anche il miglior tempo di Pre sul miglio, esatto al decimo di secondo: 3'54"6. Dico per pura coincidenza, ma sarà vero? Posso permettermi di pensare che alcune coincidenze siano qualcosa di più? Mi si perdonerà se penso, o spero, che l'universo, o un genio ispiratore che lo guida, abbia richiamato la mia attenzione, mi abbia sussurrato qualcosa? Oppure si stava solo prendendo gioco di me? Può essere solo un colpo gobbo della geografia che le scarpe più antiche mai ritrovate siano un paio di sandali vecchi di novemila anni... recuperati in una grotta nell'Oregon? E non vi dice nulla il fatto che siano stati scoperti nel 1938, l'anno della mia nascita?
Stavamo cercando di creare un marchio, gli dissi, ma anche una cultura. Combattevamo contro il conformismo, la noia, il lavoro ingrato. Più che un prodotto intendevamo vendere un'idea, uno spirito. Non so se avevo mai compreso appieno chi fossimo e che cosa stessimo facendo, finché non mi sentii dire tutto quanto quel giorno
Un momento d'oro della mia vita. Le vendite della Nike erano stabili, mio figlio cresceva sano, riuscivo a pagare puntualmente le rate dell'ipoteca. Tutto sommato, ero di ottimo umore quell'agosto. E poi cominciarono i guai. Nella seconda settimana delle Olimpiadi, una squadra di otto uomini armati e mascherati scalò il muro di cinta del villaggio olimpico e rapì undici atleti israeliani. Portammo un televisore nel nostro ufficio di Tigard e smettemmo totalmente di lavorare. Restammo incollati alla tv un giorno dopo l'altro, in silenzio, spesso con le mani sulla bocca. E quando si arrivò alla catastrofe, quando i notiziari rivelarono che tutti gli atleti erano morti, i corpi riversi sull'asfalto macchiato di sangue dell'aeroporto, ripensammo tutti alle morti dei due Kennedy, di Martin Luther King, degli studenti della Kent State, e delle decine di migliaia di ragazzi in Vietnam. La nostra era un'epoca difficile, che grondava sangue, e almeno una volta al giorno eravamo costretti a chiederci: ma che senso ha?
Aveva cercato di convincere la Adidas e anche loro si erano mostrati scettici. Abracadabra. Non avevo bisogno di sentire altro. Chiesi se potevo infilare le suole ad aria nelle mie scarpe da corsa e fare una prova. «Non hanno uno stabilizzatore» disse lui. «Non sono fissate, si muoveranno.» «Non ha importanza» dissi. Infilai le suole nelle scarpe, me le rimisi ai piedi, allacciai le stringhe. Non male, dissi, rimbalzando su e giù. Mi feci una corsa di una decina di chilometri. In effetti erano instabili. Ma erano anche un gran bel correre. Tornai subito in ufficio. Ancora coperto di sudore, andai dritto da Strasser e gli dissi: «Potremmo aver trovato qualcosa di interessante».
Woodell vive nell'Oregon centrale con la moglie. Per anni ha pilotato il suo aereo privato, mostrando il dito medio a chi gli diceva che non avrebbe mai potuto. (L'aereo privato, soprattutto, voleva dire che non avrebbe dovuto più preoccuparsi che una linea aerea perdesse la sua sedia a rotelle.) È uno dei migliori narratori nella storia della Nike. Il racconto che preferisco è quello del giorno in cui ci siamo quotati in Borsa. Andò dai suoi genitori e riferì la novità. «Che cosa significa?» sussurrarono. «Significa che il vostro prestito di 8000 dollari a Phil adesso vale 1 milione e 600.000 dollari.» Loro si guardarono, poi fissarono Woodell. «Non capisco» replicò sua madre. Se non puoi fidarti dell'azienda per cui lavora tuo figlio, di chi ti puoi fidare? Quando andò in pensione dalla Nike, Woodell si mise a lavorare per l'Autorità portuale di Portland, a gestire fiumi e aeroporti. Un uomo immobilizzato che guidava tutto quel movimento. Che bello. Woodell è anche il principale azionista e direttore di un microbirrificio che ha molto successo. Ha sempre amato la birra.
La fiducia in te stesso era come il denaro contante. Dovevi averne per ottenerne altra. E la gente detestava dartene.
La mia speranza era che il fallimento, se fossi fallito, fosse una cosa rapida, in modo da darmi il tempo, gli anni sufficienti, per mettere in pratica tutte le lezioni imparate così duramente. Non ero tipo da darmi degli obiettivi, ma questo in particolare prese a balenarmi nella mente tutti i giorni, finché non divenne il mio slogan silenzioso: Fallisci in fretta.
Come i libri, lo sport dà alla gente il senso di aver vissuto altre vite, di aver preso parte alle vittorie di altri. E alle loro sconfitte. Quando lo sport mostra il suo volto migliore, lo spirito del tifoso si fonde con quello dell'atleta e in quella convergenza, in quel transfert, c'è l'unione di cui parlano i mistici.
«Nessuna idea brillante è mai nata in una sala riunioni» garantì Stahr al Danese. «Ma in compenso ci sono morte un sacco di idee cretine.» FRANCIS SCOTT FITZGERALD, L'amore dell'ultimo milionario
A parte lo swoosh, avevamo una scritta in minuscolo, nike, che non era l'ideale: in troppi la leggevano come like, oppure mike. Era troppo tardi per cambiare il nome dell'azienda, per cui rendere i caratteri più leggibili sembrava una buona idea. Denny Strickland, direttore creativo della nostra agenzia di pubblicità, aveva disegnato una scritta NIKE tutta in stampatello maiuscolo, collocandola all'interno dello swoosh.
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